Scene da un incontro storico
Pubblicato dopo oltre vent’anni il resoconto stenografico del primo vertice tra un pontefice e un presidente sovietico. Correva l’anno 1989. Ecco cosa si dissero Giovanni Paolo II e Mikhail Gorbaciov mentre crollava l’impero comunista
di Lorenzo Fazzini TEMPI 13 OTTOBRE 2010
Due slavi “di potere” a confronto per un incontro storico: il primo faccia a faccia tra un papa cattolico e un presidente dell’Unione Sovietica. Un vertice che ora viene svelato minuto per minuto, battuta per battuta, con tanto di retroscena significativi, dettagli gustosi, aneddoti preziosi. E soprattutto la sensazione di leggere una pagina memorabile del secolo breve, quando Giovanni Paolo II il 1° dicembre 1989 – la polvere della caduta del Muro di Berlino doveva ancora posarsi sulle rovine dell’ex blocco dell’Est – ricevette in Vaticano Mikhail Gorbaciov, capo supremo del (morente) regime comunista russo.
La trascrizione stenografica dell’incontro è stata da poco pubblicata sul web dal National Security Archive di Washington, su base dell’archivio di Stato della Federazione Russa. Si tratta di un resoconto dettagliato e preciso in cui emergono i passaggi fondamentali di quel memorabile vertice in cui il “nemico” che un tempo era stato sbeffeggiato da Stalin («quante divisioni ha il Papa?», chiedeva ironico il baffuto “padre della patria” sovietica) si trovò a ospitare il suo successore alla guida dell’ormai declinante superpotenza comunista. La notizia dell’uscita del documento l’ha diffusa Catholic News Service, l’agenzia stampa dei vescovi americani; la Santa Sede, però, non ha voluto commentarla.
Ma cosa si dissero papa Wojtyla e Gorbaciov in quel colloquio ora accessibile in rete? Un bel po’ di cose. Innanzitutto, da principio è Gorbaciov a prendere l’iniziativa: «Noi accogliamo volentieri la sua missione, siamo sicuri che ella lascerà una grande impronta nella storia». Ma il Pontefice polacco tralascia quasi subito i convenevoli e mette il capo sovietico di fronte a una serie di punti dirimenti. «Il principale problema che interessa tutta l’umanità è la questione della guerra e della pace. Siamo grati a Dio che ultimamente il pericolo della guerra è diminuito così come le tensioni nelle relazioni tra Est e Ovest. Conosciamo e apprezziamo molto il vostro lavoro per garantire pace al mondo». Al di là delle buone maniere diplomatiche, però, Giovanni Paolo II non rinuncia, neanche davanti al leader del secondo Stato più potente del mondo (all’epoca), a ribadire i suoi capisaldi, quei princìpi di “politica evangelica” che derivano dalla conoscenza dell’uomo secondo l’ottica del Creatore. E con Gorbaciov Wojtyla batte su uno dei suoi tasti preferiti: «Uno dei diritti umani fondamentali è la libertà di coscienza, da cui deriva la libertà religiosa. (…) Dopo tutto, la nostra missione è religiosa. Per avere l’opportunità di realizzarla è necessario che siamo sicuri che la libertà di coscienza venga osservata nei vari paesi».
E qui Wojtyla non teme di sembrare irrispettoso ricordando al capo dei Soviet come il suo regime abbia osteggiato le religioni a lungo: «Per oltre quarant’anni, dalla fine della guerra, [ai cattolici] è stato negato il fondamentale diritto della libertà religiosa, sono stati praticamente messi fuori legge». Ma si badi bene: chiedendo il rispetto della libertà di coscienza, papa Wojtyla non la domanda solo per sé e per i “suoi”. «In Unione Sovietica, specialmente in Russia, come nei vari paesi limitrofi, la maggioranza dei credenti sono cristiani ortodossi. Di certo speriamo che i nostri fratelli ortodossi ottengano più libertà. (…) Certamente la libertà di coscienza deve estendersi a battisti, protestanti, ebrei, come anche ai musulmani».
Un principio di mea culpa
Il presidente sovietico si accoda all’esortazione di Giovanni Paolo facendo appello alla sua invenzione, ovvero la celebre perestroika (ricostruzione). «L’aspetto più difficile è la perestroika del pensiero», riconosce Gorbaciov. Che poi si premura di rassicurare il Pontefice sulla propria buona volontà di aprire una fase riformatrice in terra russa: «Santità, devo dirle che sono stupito dalla reazione della gente rispetto alle nostre proposte. Non siamo così ambiziosi da pensarci come i propugnatori di una missione di salvezza più alta. Il nostro nuovo “credo” europeo è di invitare gli altri a pensare insieme come costruire un mondo migliore. Nessuno deve reclamare di avere la verità assoluta e cercare di imporla agli altri». Il mea culpa sul totalitarismo sovietico appare evidente. Ma in Gorbaciov resta evidente anche un retaggio marxista che lo distanzia dalla visione personalistica di Wojtyla, per quanto egli si sforzi di rilevare che «le nostre visioni coincidono». Gorbaciov: «Riguardo ai problemi religiosi, noi li trattiamo all’interno della nostra comprensione generale dei valori umani universali. Il popolo è la più alta autorità. Ogni cosa dipende dalla scelta del popolo. È affare della persona la filosofia o la religione che pratica». Quando invece per Giovanni Paolo II la libertà religiosa è un fatto insito nella dignità stessa dell’uomo, e non una scelta che lo Stato (o «il popolo») concede.
Quell’invito rimasto sospeso
In termini di politica religiosa, poi, dal colloquio emerge un particolare di non poco conto, che attesta come in terra russa i rapporti tra Stato e Chiesa non siano ancora praticati alla luce di una vera e sana laicità. Il Pontefice spera che «la nuova legge per la libertà di coscienza creerà per i cattolici, come per tutti i credenti, l’opportunità di praticare apertamente la propria religione e di avere le proprie strutture ecclesiali». E domanda anche l’istituzione di una rappresentanza diplomatica tra Vaticano e Mosca. Ma su tutto questo è emblematica la risposta di Gorbaciov, che tira in ballo la struttura gerarchica ortodossa come “discrimine” per l’accordo con i cattolici: «Quando la legge verrà approvata, voi avrete l’opportunità di normalizzare la situazione in modo legale. Ma devo dire francamente che, a nostro parere, molte questioni pratiche devono essere risolte attraverso accordi tra gli stessi leader religiosi. Questo non significa che ce ne laviamo le mani. Potrei metterla in questo modo: noi accetteremo ogni accordo che voi raggiungerete con la Chiesa ortodossa». La facoltà di “veto preventivo” che il presidente dell’Unione Sovietica assegna al patriarcato ortodosso emerge anche in un altro scambio di battute. Gorbaciov: «Spero che dopo questo incontro le nostre relazioni raggiungano un nuovo livello e io presumo che, in un certo futuro, lei potrebbe visitare l’Unione Sovietica». Wojtyla: «Se questo viene accordato, ne sarò molto lieto». Gorbaciov: «Dovremmo considerare con calma e senza fretta la data per un simile viaggio». Si parlava, quindi, nel 1989, di date concrete. Ma quella visita non è mai avvenuta. Ancora oggi, ventuno anni dopo, resta una questione aperta.
Pubblicato il ottobre 18, 2010